Salerno, una task force di cittadini e agricoltori per far rinascere l’uva sanginella

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Per molti anni, a Salerno, l’uva da tavola per eccellenza era la sanginella. Si tratta di un antico vitigno autoctono, oggi quasi completamente scomparso, un tempo coltivato a perdita d’occhio sulle colline salernitane. Già all’inizio dell’Ottocento la sanginella veniva elencata tra le varietà campane più antiche ma è legittimo pensare che fin dall’antichità, a Salerno, si producessero pregiate uve da pasto e da vino, in una più ampia economia rurale dove la produzione vitivinicola occupava buona parte del settore. Storicamente, il periodo di maggior splendore di tale uva risale alla prima metà del Novecento, certamente incentivato dalle politiche agricole del tempo, siamo in piena era fascista, dirette a diffondere tra la popolazione sia la coltivazione che il consumo dell’uva.

La festa dell’uva istituita da Benito Mussolini. È, infatti, del settembre 1930 l’istituzione, in tutti i comuni del Regno, per volontà del Capo del Governo, della cd “festa dell’uva”. A Salerno, la festa veniva celebrata a partire dal giorno 20 settembre in modo da coincidere con i festeggiamenti in onore di San Matteo, patrono della città. Il programma prevedeva un folkloristico corteo con carri addobbati a tema vendemmiale che attraversava le principali vie cittadine concludendosi poi in piazza Prefettura con l’assegnazione dei premi. Un riferimento a parte merita il caratteristico “pennacchio” di San Matteo: una scenografica composizione di sanginella e canne preparate in cesti di vimini dalle laboriose mani di contadini giovesi destinate ad allestire i vari fruttivendoli della città in omaggio al Santo patrono. Il successo e la fama dell’uva sanginella subirono una inevitabile battuta d’arresto a causa di una devastante epidemia di fillossera che, negli anni ’60 del secolo scorso, distrusse l’intera coltivazione locale. Gli agricoltori tentarono, allora, l’innesto su viti “a piede americano” benché senza risultato. Le barbatelle americane erano sì in grado di resistere al parassita ma l’uva che ne derivava non aveva il caratteristico sapore della sanginella, dando così vita a un vitigno differente. La fillossera prima e l’abbandono dell’agricoltura a carattere familiare poi segnarono il rapido declino di questo vitigno. L’uva, che oggi sopravvive in pochi, preziosi, vecchi vitigni sulle colline salernitane, ha un grappolo di dimensioni medie, con acini piuttosto grandi, di forma ellittica, dal gusto croccante e con buccia di colore giallo – verde tendente all’oro in fase di maturazione. Predilige terreni prevalentemente argillosi con residui vulcanici sul primo strato del suolo.

Il futuro di un prodotto d’eccellenza. È legittimo pensare che la diffusione del vitigno sia stata favorita dalla strategica posizione delle colline salernitane, da un versante vicine al mare, di cui godono la brezza, dall’altro, riparate dal freddo grazie agli alti monti alle spalle. Proprio la naturale posizione di queste colline, da sempre “polmone” della città, potrebbe rendere pensabile, in unione a un mirato progetto di recupero e valorizzazione dell’antico vitigno, una rinascita della sanginella. Un’uva perfettamente in grado di dare una identità vitivinicola precisa ai colli salernitani. Oggi, il valore e potenziale di quest’uva si sta lentamente diffondendo grazie a numerosi interventi di recupero e diffusione del vitigno. C’è poi chi punta a qualcosa di più. L’associazione “Giovi”, nata nel 2003 per recuperare le antiche tradizioni territoriali, oggi mira a riprendere ed estendere, grazie a passione e competenza, la produzione e la coltivazione dell’uva sanguinella con l’obiettivo di promuovere e ridare nuova identità al binomio Giovi – sanginella. Perché l’antica uva dai chicchi d’oro non sia più solo un ricordo.
(articolo a cura di Floriana Basso)

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