I costi del “non fare”: solo in Puglia 50 miliardi in 15 anni

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«Spendere i quattro miliardi disponibili per le infrastrutture pugliesi o la nostra regione non decollerà mai». Ne è convinto il presidente dell’Ance Puglia Gerardo Biancofiore che durante l’incontro organizzato a Trani, in provincia di Bari, ribadisce la necessità di una strategia comune, anche sovraregionale, per «ridurre il gap infrastrutturale tra Sud e Nord oltre che tra Italia e altri paesi europei». Al centro dell’incontro la sfida delle città fra infrastrutture utili e sostenibili da realizzare e l’immobilismo amministrativo e la burocrazia che ritardano la spesa di fondi e l’avvio dei cantieri, alimentando così i costi del non fare.

Quanto paga l’Italia la paralisi burocratica? Costi che raggiungono cifre a più zeri, quasi 50 miliardi di euro in Puglia nell’arco di 15 anni e 600 miliardi in Italia, come spiega Andrea Gilardoni, docente del dipartimento di Analisi delle politiche e management pubblico dell’Università Bocconi, che conduce insieme ad Agici Finanza d’impresa uno studio annuale sui Cnf (costi del non fare), in pratica i costi economici, sociali e ambientali causati dai ritardi italici nello sviluppo di reti infrastrutturali efficienti. «I Costi del non fare – spiega Gilardoni – rappresentano una tassa occulta per la collettività e pesano come un macigno sulle nostre opportunità di crescita, sia nel pubblico che nel privato. Nel nostro ultimo studio del 2016 abbiamo stimato che la ricaduta economica nei prossimi 15 anni del mancato adeguamento delle reti strategiche del nostro Paese, dalle strade alle ferrovie, dalla logistica alle infrastrutture digitali, dai gasdotti alla rete elettrica, si attesti sui 600 miliardi di euro». E sulla Puglia: «Anche questa regione fa la sua parte con numerose opere necessarie e progettate, ma mai partite, in ritardo, o bloccate a metà; non abbiamo fatto uno studio ad hoc ma è ragionevole pensare a un ordine di grandezza di Costi del Non Fare di 40-50 miliardi nel quindicennio e di circa tra 2,5 e 3,5 miliardi all’anno. Un onere che comunque è inaccettabile, per eliminare il quale la politica e le amministrazioni dovrebbero fare di più. Una serie di azioni sono possibili e doverose».

L’economia della Puglia si fonda sul settore edile. Secondo Paolo Savona, ordinario di Politica economica alla Luiss Guido Carli «l’economia della Puglia, come quella nazionale, cresce azionata da due motori: industria e costruzioni. Nell’ultimo ciclo economico è stata dedicata cura al primo motore e trascurato, talvolta ostacolato, il funzionamento del secondo, penalizzato da una crescita delle spese in conto capitale insufficiente, a fronte della continua crescita delle spese correnti che sfiorano il 90 per cento del totale. «Il riavvio del motore delle costruzioni è condizione necessaria dello sviluppo della Puglia e del resto del Paese – dice Savona – è proprio rilanciando le costruzioni che Stati Uniti e Germania sono usciti dalla crisi del 2008. In Italia la realizzazione delle infrastrutture dovrebbe essere attuato con un piano decennale che stanzi e spenda ogni anno almeno 1,5 mld di euro, cominciando con un parco progetti esecutivo; l’adeguamento delle abitazioni, soprattutto delle città, potrebbe essere finanziato dal mercato se si concedesse un completo esonero fiscale nella realizzazione e pari trattamento fiscale rispetto alle attività finanziarie». Infrastrutture indispensabili, soprattutto se strategiche, per lo sviluppo locale, dal turismo alla nautica da diporto. «Nella nostra regione – conclude Biancofiore – è arrivato il momento della svolta per liberare quelle potenzialità ancora inespresse e perseguire quel circolo virtuoso tra infrastrutture ed economia spesso invocato ma mai concretizzato; tra Patto per la Puglia e POR sono disponibili ben quattro miliardi di euro per opere infrastrutturali, rigenerazione urbana, efficientamento energetico degli edifici e altri interventi volti al miglioramento del territorio. Consentire alla burocrazia e all’immobilismo amministrativo sarebbe delittuoso; dalle strade dei Monti Dauni alle coste erose dalla Capitanata al Salento, sono moltissimi i cantieri che potrebbero rendere la Puglia meno fragile e più efficiente e ospitale nei confronti dei turisti che arrivano sempre più numerosi nella nostra terra».

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