Viaggio nella terra del mito: Cuma e l’antro della Sibilla

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In base a quanto disposto dal decreto Franceschini, in vigore dal luglio 2014, si è rinnovato domenica scorsa l’appuntamento con la cultura a costo zero. Il 7 maggio, come ogni prima domenica dl mese, è stato infatti possibile accedere gratuitamente, su tutto il territorio nazionale, ai musei, monumenti, gallerie, scavi archeologici, parchi e giardini monumentali dello Stato. Nella variegata e multiforme proposta che il nostro Paese mette a disposizione (l’elenco completo dei luoghi visitabili, divisi per regione, è consultabile sul sito del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) la Campania certamente si distingue per quantità e qualità dell’offerta. Nell’anno del turismo sostenibile appare così necessario valorizzare in primo luogo quanto di culturalmente prezioso ci circonda. Un turismo che si sposta di poco, che va alla ricerca del particolare ai più sconosciuto, in grado di scoprire e riscoprire borghi e sentieri dimenticati e abbandonati sotto la polvere del tempo. Nel lungo elenco di luoghi gratuitamente accessibili ogni prima domenica del mese occupano un posto di rilievo gli scavi archeologici di Cuma. L’antica città della Campania, punto di partenza della colonizzazione greca in Italia, si presenta come un luogo incantevole, dove il mito e la realtà si intrecciano in uno scenario ancora tutto da scoprire. Il sito archeologico di Cuma, esplorato in maniera dapprima incontrollata e poi sistematica, a partire dalla metà dell’Ottocento, vanta un insigne patrimonio archeologico. Attualmente, gli scavi sono condotti da un gruppo di archeologi e studenti dell’Università “L’Orientale” di Napoli, in regime di concessione dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, sotto l’egida della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

L’intervista al professor Matteo D’Acunto.

Ne abbiamo parlato con il prof. Matteo D’Acunto, docente di Archeologia e Storia dell’Arte Greca presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, nonché, dal 2007, direttore della missione.

Professore, qual è oggi, allo stato dell’arte, il valore culturale degli scavi archeologici di Cuma?

“Cuma condensa una storia che ha segnato profondamente la cultura dell’Occidente. Basti pensare al fatto che è passata, probabilmente attraverso questa città, la trasmissione dell’alfabeto dai coloni greci alle popolazioni italiche e latine: alfabeto latino che ancora oggi noi, assieme alla maggior parte della popolazione del pianeta, adoperiamo. Chi visita oggi il sito ha una percezione solo limitata dell’importanza e della monumentalità originaria che doveva avere la città in epoca greca e romana, poiché solo una porzione limitata è stata scavata. C’è ancora tanto da fare per generazioni e generazioni di archeologi, ai quali tocca e toccherà di scrivere e riscrivere la storia. Basta, però, affacciarsi dall’acropoli e guardare Ischia per rendersi conto di come questa sia la culla della civiltà occidentale: Pithecusa e Cuma, l’una di fronte all’altra, le due più antiche fondazioni greche in Italia, separate solo da un braccio di mare. Prima dell’inizio degli scavi dell’Università di Napoli “L’Orientale” non si sapeva nulla dell’urbanistica e dell’abitato della città: vale a dire della rete stradale e delle sue abitazioni. Adesso sappiamo che, quando i greci fondarono la colonia, si imposero con la violenza sul precedente abitato indigeno, impiantando la città greca al di sopra del sepolcreto pre-ellenico. I nostri scavi dimostrano che la fondazione della colonia avvenne più in antico di quanto non si pensasse, attorno al 750 a.C. I coloni pianificarono una rete stradale dal tracciato solo in parte regolare, che venne rispettato fino alla fine della vita della città romana, nel VI sec. d.C. Impiantarono le abitazioni che ci restituiscono uno spaccato della vita quotidiana: dal vasellame, all’alimentazione, alle pratiche cerimoniali, agli apparati decorativi… Insomma, lo scavo dell’Orientale restituisce la quotidianità, la Cuma più vera, quella di tutti i giorni.”

L’Antro della Sibilla: un luogo tra mito e realtà. Dove finisce la leggenda e inizia la scoperta scientifica?

“Non solo i visitatori, ma anche gli archeologi che operano a Cuma, sono intrigati dall’enigma legato alla figura della Sibilla cumana e all’identificazione dell’antro nel quale la profetessa avrebbe dato i propri responsi oracolari, secondo la celebre descrizione virgiliana del VI libro dell’Eneide. Siccome non molte sono le certezze e gli stessi autori antichi forniscono indicazioni differenti, è logico che anche ognuno di noi, addetti ai lavori, abbia idee diverse in proposito. È mai esistita una Sibilla cumana? È impossibile dirlo, ma ciò che invece si può affermare con certezza è che la tradizione della sua esistenza e dei suoi vaticini è molto antica, risalendo ad epoca greca, almeno al VI secolo a.C. L’Antro oggi indicato come della Sibilla, secondo l’identificazione di Amedeo Maiuri, è veramente tale? Ciò è poco verosimile perché questa galleria, con probabili funzioni militari, sembra risalire al IV sec. a.C., mentre, come detto, la tradizione della Sibilla è più antica. In realtà, dobbiamo porci la domanda se sia mai esistito un antro della Sibilla, poiché Pausania nel II sec. d.C. non ne fa menzione. Quindi, il brano di Virgilio, che pure conosceva bene Cuma, è una descrizione reale o di un luogo della fantasia? Anche sotto questo aspetto l’archeologia non mancherà di fornire in futuro nuove informazioni agli studiosi che sapranno porsi le domande giuste, che sapranno scavare con attenzione e interpretare con intelligenza le nuove scoperte.”

Prospettive di ricerca: sono attualmente ipotizzabili possibilità di ampliamento dei percorsi fruibili dai visitatori?

“Chi visita oggi il sito archeologico di Cuma non ha, se non dall’alto, una percezione reale dell’interezza e dell’estensione della città antica, poiché la visita è limitata alla sola acropoli, sede di alcuni dei santuari più rappresentativi della città, a partire da quello di Apollo. Tuttavia, la città si estendeva nella piana compresa tra l’acropoli e il monte Grillo; era racchiusa dalle poderose mura difensive e comprendeva il Foro (la piazza pubblica) e i quartieri abitativi. È nella parte bassa che si sono concentrate, soprattutto, le ricerche degli ultimi venti anni, restituendo finalmente uno spaccato completo della città. È previsto un ampliamento del percorso di visita, che consenta di partire dal cuore pulsante della vita pubblica, rappresentato dal Foro, di attraversare le strade e i quartieri abitativi messi in luce, fino ad arrivare alle mura difensive, teatro di battaglie cruente tra assedianti e assediati, e, infine, alla “città dei morti”, rappresentata dalle necropoli. La Soprintendenza Archeologica sta lavorando all’allestimento e all’apertura al pubblico di questo percorso che restituirà, non solo agli addetti ai lavori, ma a tutti gli appassionati la possibilità di percepire Cuma nella sua interezza, non dimentichiamolo, in uno scenario naturale di grande bellezza. Cuma lo merita, come lo meritano i cittadini. A questo progetto della Soprintendenza collaborano le diverse università impegnate sul campo, tra cui L’Orientale: ogni anno un centinaio di studenti dei nostri corsi di laurea contribuiscono con entusiasmo alla sua realizzazione, facendo pratica sul campo, attraverso lo scavo-scuola.” L’incantevole scenario in cui si colloca, i progetti di valorizzazione territoriale in atto, la passione di chi opera sul campo fanno di Cuma una terra mitica in grado di attirare a sé un numero sempre crescente di visitatori. Un patrimonio, quello di Cuma, tutto da scoprire.

Floriana Basso

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